• 23 ottobre 2019

Il Nord, il Sud, il terremoto, la gente, #NoiConVoi e un diverso modo di partecipare

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Il Nord, il Sud, il terremoto, la gente, #NoiConVoi e un diverso modo di partecipare

Qualcuno l’ha fatto notare sputando il cerino, eppure c’è una punta di verità. Perché quando un terremoto succede al Nord, ci si rimbocca le maniche e si riparte, mentre più giù si resta per anni a piangersi addosso?

La gente può fare tanto, ma poco può quando i progetti sprofondano negli uffici e la ricostruzione rinviata a data da destinarsi. A Pretare, ad esempio, si aspetta da 4 anni la relazione geologica su una frana del paleolitico che arriverà a marzo 2020. Senza relazione, non si ricostruisce. E’ davvero credibile che serva tutto questo tempo?

«Il Consiglio dei Ministri – si legge nel comunicato del Consiglio dei Ministri a proposito del Decreto Sisma varato nei giorni scorsi – su proposta del Presidente Giuseppe Conte e del Ministro dell’economia e delle finanze Roberto Gualtieri, ha approvato un decreto-legge che introduce ulteriori interventi urgenti per l’accelerazione e il completamento delle ricostruzioni in corso nei territori colpiti da eventi sismici».

Accelerazione va bene. Completamento, alla luce di quello che avete visto, è un insulto. E’ credibile farlo entro il 31 dicembre 2020?

Il discorso va affrontato sul serio, partendo da uno scritto ricevuto da Paolo Pianesani, in gruppo a #NoiConVoi2019 e consigliere comunale di San Felice sul Panaro, in cui i terremoto fece scempio nel 2012.

«Innanzitutto sono felice di essere stato tra voi domenica – scrive – perché nella vostra situazione la gente deve sapere come stanno veramente le cose. Alla fine del percorso sono rimasto incredulo, non è possibile che dopo 3 anni ci sia l’esercito a presidiare i paesi distrutti. Da noi si è fatto tanto, dopo 3 anni tutte le attività produttive erano a pieno ritmo, gran parte della gente era già rientrata, restano ancora adesso solo i centri storici da ricostruire. Mi aspettavo tanti cantieri avviati, invece purtroppo ho constatato che siete stati abbandonati. Continuate con queste nobili iniziative, il vostro messaggio di aiuto è arrivato in Emilia, nel Cilento e in tanti altri posti lontani, solo così la gente parlerà del vostro disagio e forse i riflettori non si spegneranno su di voi. Un caro abbraccio a tutti voi dall’Emilia».

Paolo l’avevamo sentito anche prima che si iniziasse a pedalare e ci aveva raccontato di come la Regione Emilia Romagna si fosse spesa in modo efficiente sino alla ripartenza

«Ricordo la voglia sfrenata di ripartire – dice Pianesani – anche fra la prima e la seconda scossa. Le aziende hanno delocalizzato la produzione, la Regione è stata super efficiente ed è ripartita quasi subito l’edilizia privata. La parte storica invece, lo stesso centro del mio paese, è ancora devastato come il giorno dopo. Di sicuro la differenza nella ripresa può essere stata condizionata dal fattore geografico, perché i vostri paesi sono fra le montagne. Ma ancora di più credo abbia influito la rilevanza della nostra produzione, che era stimata intorno al 2 per cento del Pil nazionale. Forse per questo, per far ripartire quelle attività, si è creato il dinamismo».

Perciò, la domanda viene da sé: che cosa hanno fatto e stanno facendo la Regione Lazio e la Regione Marche perché il Centro Italia ripartisse? Può darsi che di quei paesini abitati da contadini e montanari non importi poi molto e che la differenza vera sia quindi nel Pil?

Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, l’ha vista Amatrice o è troppo impegnato a fare il segretario del Pd e pensa sia stato sufficiente ricostruire i ristoranti al centro della devastazione?

Luca Ceriscioli, presidente della Regione Marche, crede sia più importante costruire un nuovo ospedale nella vallata del Tronto o permettere che i paesi rinascano? Se lo chiede perché a Pretare e Arquata non vogliano neppure vederlo?

Perché il sindaco Pirozzi fu più volte redarguito per le sue provocazioni che tenevano la luce accesa, mentre ora su Amatrice è tornato il silenzio?

Perché Vasco Errani, che da Presidente dell’Emilia Romagna rimise in piedi la sua regione (creando addirittura la cosiddetta Cambiale Errani: un finanziamento della Cassa depositi e prestiti, grazie al quale i terremotati ottennero sei miliardi di euro per la ricostruzione), si dimise da Commissario alla ricostruzione? Per una poltrona a Roma o perché capì di non poter fare nulla?

E perché Commissari alla ricostruzione non possono essere i sindaci, come a Genova per il crollo del ponte Morandi, e si continua a nominare gente che non vive l’ansia della ripresa come una questione di vita o di morte?

«La gente da noi – conclude PIanesani – si è rimboccata le maniche da subito, in parecchi casi i danni erano su stabili seminuovi quindi più semplice. Lì ho visto tante case fatte coi sassi e questo sicuramente è un ostacolo . Qualcuno da noi è andato talmente veloce che quando sono uscite le normative hanno avuto problemi per sanare oppure hanno dopo 7 anni ancora problemi. Una cosa è certa, i “palazzi” sono stati solerti nel seguire i bisogni della gente. Questo direi è la grossa differenza tra noi e voi».

La gente può fare tanto, ma soprattutto arrabbiarsi, ripartire in barba alle lentezze burocratiche o assediarli nei loro palazzi, mandarli a casa e resistere, anziché litigare su dettagli e privilegi. Tutti insieme contro lo stesso nemico. A volte bisognerebbe impararare dai francesi, che scioperano al Nord se qualcosa non funziona al Sud. Intanto là in mezzo si continua a morire. Ci sono stati più morti dopo il terremoto che durante. Sono gli anziani, quelli che hanno mollato la presa. Quello che noi tutti possiamo fare è non lasciarli soli. #NoiConVoi dovrebbe essere un modo di vivere, non lo slogan per un giorno in compagnia.

Enzo Vicennati